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[Herbarius]

Sono di seguito riportate alcune delle piante più importanti della nostra zona viste attraverso gli occhi di un esperto erborista: Antonio Zambrini.


IN ETIOPIA
IN ABISSINIA (I° parte)

Adua, Macallè, Amba Alagi, Addis Abeba, Gondar ecc. sono nomi di località del Corno d’Africa famigliari ad una generazione di italiani, località di quella che un tempo veniva chiamata l’Abissinia. Gli altopiani dell’Africa orientale, dai due ai tremila metri di altitudine e con una pendenza mediamente modesta, sono un’area decisamente favorevole alle coltivazioni permanenti non troppo diverse da quelle delle aree asciutte del Mediterraneo e sui migliori terreni di queste zone si concentrò l’insediamento dei coloni italiani, dopo l’occupazione del paese, nel 1936. Poco a nord di Gondar, nell’Uogherà, venne istituito l’Ente di Colonizzazione “Romagna d’Etiopia” e nel paese di Debat esistono ancora gli edifici, ormai malandati, che ne ospitarono gli uffici. L’attenzione di quegli anni, ovviamente, si concentrò sulle potenzialità dell’agricoltura, ad esempio con l’introduzione del frumento su vasta scala ma continuarono anche degli studi floristici generali sull’intero paese che contribuirono alla conoscenza della vegetazione dell’Africa Orientale, ricca di ben 7000 specie. E. Ruspoli, A. Pappi, A. Terracciano, A. Vatova, e Pichi-Sermolli furono i nomi di spicco di questa esplorazione.
Tra le colture caratteristiche, il tef (Eragrostis tef), che viene seminato all’inizio della stagione delle piogge, è tuttora il cereale di base per l’alimentazione di amàra e tigrini. Ridotto a farina, messo a bagno per tre giorni e cotto su una teglia forma l’ingera, la caratteristica, grande piadina acida preparata ogni mattina da ogni famiglia. Si mangia con verdure o carni (crude o cotte) fortemente speziate, in ogni pasto. E’ particolarmente ricco di ferro e limita quindi i danni che la tenia produce sui mangiatori di carne non cucinata. Negli insediamenti più alti, che nei monti del Semien sfiorano i 4000 metri, come accade in Asia, è l’orzo ad essere coltivato. Alle quote più basse invece viene seminato il durra, termine con cui si comprendono alcune varietà di sorgo (Andropogum sorghum, Sorghum sativum). Qui, sovente, è però la pratica del debbio, l’agricoltura “di rapina” africana del brucia-semina-abbandona, ad essere praticata, con costante perdita del terreno dai pendii e desertificazione degli stessi. Più a sud, nell’ Oromo-Sidamo, la base alimentare è costituita dalla polpa fermentata della falsa-banana (Enset edulis).
Ci sono poi due vegetali, coltivati anche per l’esportazione, originari proprio dell’Etiopia: il caffè e il cat, piante attive sul sistema nervoso. La tradizione islamica locale ne attribuisce la scoperta a tre devoti che, impegnati con grande difficoltà nel digiuno e nella preghiera, sarebbero riusciti nell’intento soltanto grazie alle bacche del Coffea arabica, ricche di caffeina e delle fresche foglie della Catha edulis, ricche di principi amfetaminici, dopo aver osservato il dinamismo e l’eccitazione che questi vegetali provocavano nelle capre che se ne cibavano. Il cat, coltivato attorno ad Harrar, è rimasto, a lungo, limitato all’ambiente mussulmano, con l’assunzione spesso preceduta da un’invocazione religiosa mentre il caffè, come ben sappiamo, si è diffuso in tutto il mondo. In tutta l’Africa Orientale si è sviluppato una sorta di piccolo rituale di preparazione della bevanda, con la tostatura e la frantumazione dei semi, la fumigazione con incenso durante la preparazione del decotto, lo spargimento di erbe (o più raramente fiori) sul terreno dove i vassoi per le tazzine vengono posati, il tutto con degli attrezzi artigianali di varia raffinatezza a seconda dell’area in questione.

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IN ABISINIA (II° parte)

Un’altra importante pianta spontanea è il lime (Citrus limonium var. abyssinica) e vengono tenuti in grande considerazione anche i frutti del ficodindia, coltivato od inselvatichito in varie zone del paese. A dispetto della grande diffusione dell’oleastro (Olea europea sub. cuspidata) l’olivo è invece del tutto assente dall’altopiano.
Sempre a riguardo delle piante non coltivate, partendo dalle valli più incassate, troviamo, tra le specie più notevoli, gli isolati baobab e le acacie (59 specie!), specialmente l’ A. abyssinica, dalla sommità piatta, che tanto caratterizza il paesaggio africano. In Etiopia capita spesso di vedere dei grandi cilindri di vimini intrecciati, fissati ad una biforcazione dei rami, posti come alveari per la raccolta del miele. Le acacie sono anche la principale fonte di carbone di legna. Anche varie Boswellia e Commiphora, ampiamente ricercate per la raccolta dell’incenso e della mirra, si ritrovano lungo il Nilo Azzurro e il Tacazzé. Palme come la Phoenix reclinata e l’ Hyphaene tebaica ed il sicomoro (Ficus sycomorus) completano il quadro.
Passando all’altopiano osserviamo una marcatissima riduzione della vegetazione spontanea dovuta all’elevatissima densità della popolazione, essenzialmente dedita all’agricoltura che ha ridotto a lembi veramente minimi il bosco naturale. Il fabbisogno di legname viene qui soddisfatto con gli eucalipti, piantati abbondantemente in prossimità di ogni villaggio o addirittura come rimboschimenti anche di dimensioni cospicue. Piante grasse come l’aloe, il ficodindia, l’ Euphorbia tirucalli e le agavi spesso segnano i confini dei campi. Degli enormi ficus (come il Ficus vasta) spesso sono i soli grandi alberi, isolati, tra decine di chilometri di arature e la comparsa di un pendio boscato è un evento eccezionale. Quando questo accade sono dei ginepri, alti fino a 25 metri, a rami penduli (J. procera) a dominare la scena. Nelle zone centro-meridionali è presente anche il Podocarpus gracilior. Sulle pietraie denudate, inadatte ad ogni utilizzo, è relativamente frequente uno strano bosco fatto dalle euforbie colonnari (E. abyssinica ed altre) con esemplari di queste piante grasse spesso alti parecchi metri e addensate le une alle altre. Qua e là spiccano delle dracene grandi come querce e delle macchie di bambu (Arundinaria alpina). Spostandosi alle quote più elevate si potrebbe immaginare un carattere più naturale della vegetazione ma dei villaggi, abitati in permanenza, arrivano a 3600 metri e le piante spontanee prevalgono solo in alcune aree dei parchi nazionali, come nel massiccio del Semien che, toccando i 4620 metri, costituisce la quarta elevazione dell’Africa. Qui troviamo un bosco la cui fisionomia assomiglia, a colpo d’occhio, alla macchia mediterranea. Osservando con più attenzione, accanto a piante effettivamente presenti nel Mediterraneo (Erica arborea, lentisco, oleastro, serpillo, Iris, ecc.) abbiamo delle specificità come l’ Hypericum revolutum arboreo, odorosi cespugli di Rosa e Jasminum abyssinica, rododendri (Rapania simensis), e, sulle inaccessibili scarpate rocciose, le infiorescenze bicolori, giallo-rosse, della Kniphophia foliosa, un bellissimo asfodelo. Dei licheni dl genere Usnea pendono dai rami e l’effetto “alpino” si mescola a quello mediterraneo. Gli endemismi delle alte quote sono una percentuale veramente notevole e si calcola che tra il 5 e il 10% dell’intera flora etiopica sia endemica, con punte più elevate tra le leguminose e le graminacee. Su queste montagne troviamo la rappresentante più spettacolare dell’intere flora del Corno d’Africa, la lobelia gigante (L. rhynchopetalum), in popolamenti simili ad un rado palmeto, con esemplari che, al momento dello sviluppo dell’altissima infiorescenza, azzurro-purpurea, arrivano ai 5-6 metri. La base del fusto è legnosa e resiste ai forti venti della montagna anche se, dopo la fioritura, la pianta è destinata a morire. Le lobelie non si spingono però sulle vette più alte dove sono dei bassi cespugli di Helichrysum, riparati dalle rocce, a sfidare i rigori del clima.
La flora medicinale dell’Etiopia, è facile intuirlo, è in primo luogo orientata ad fronteggiare i parassiti, specialmente la tenia che colpisce i mangiatori di carne non cotta. Abbiamo gia visto il cusso (Hagenia abyssinica, vedi UA/TP n°3/2003) ma sono ampiamente usati anche la Balanites aegyptiaca dei bassopiani (per poter utilizzare l’acqua infestata dalla bilarzia), il lattice di ficus impastato con lo zucchero, il decotto di corteccia di oleastro (per la malaria), la polpa del tamarindo (per la diarrea) e tante altre ancora con i criteri empirici della medicina popolare di tutto il mondo.

Antonio Zambrini