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[Herbarius]

Sono di seguito riportate alcune delle piante più importanti della nostra zona viste attraverso gli occhi di un esperto erborista: Antonio Zambrini.


INFUSIE BEVANDE
BEVANDE
Tutti pratichiamo, od almeno conosciamo, il bere tè o caffè per piacere, indipendentemente dalle eventuali proprietà degli infusi in questione. Si tratta di una pratica ormai diffusa su scala planetaria, una sorta di usanza che ha qualche caratteristica del rituale, anche se puramente laica ed esente da significati magici o religiosi. Il caffè, col tè che segue a distanza, costituisce la parte preponderante del commercio mondiale di piante da estrarre con acqua bollente per farne delle bevende ma non sono soltanto due le piante coltivate a questo scopo.
In Italia, per via della storia coloniale del nostro paese, è abbastanza conosciuto il karkadè (Hibiscus sabdariffa), che divenne abbastanza popolare con l´occupazione dell´Etiopia e la politica autartica che il Fascismo inaugurò di conseguenza. Questa malvacea, affine agli ibischi ornamentali (H. sinensis e H. siriacus), è una painta erbaceea, del´altezza di un paio di metri, che viene mietuta, come il mais o la canna da zucchero, per raccoglierne i fiori rossi, carnosi, che danno un infuso acidulo gradevole sia caldo che freddo. Le migliori produzioni vengono appunto dall´area Sudanese ed Etiopica ma le guerre che funestano l´area hanno favorito il diffondersi delle colture in Cina, Senegal e Thailandia. Non si è però originata una sorta di "cultura" legata a questa bevanda, a differenza di quanto è successo in Sudamerica col mate. Le foglie dell´ Ilex paraguayense, un agrifoglio spontaneo attorno al Rio della Plata, vengono tostate e miscelate con una piccola quantità di altre erbe, secondo ricette caratteristiche di ogni torrefazione, e bevute in infuso, durante tutta la giornata, da questa zona fino alla isole sperdute della Terra del Fuoco. "Mate" è il recipiente (spesso una piccola zucca svuotata) in cui quasi si impastano le foglie e l´acqua bollente, la "bombilla" è la cannuccia-filtro con cui si succhia l´infuso e che, con (discutibile) usanza socializzante, viene spesso passata a tutti i presenti, "yerba" è l´erba per antonomasia, senza altri aggettivi, cioè l´Ilex paraguayense stesso. Un altra pianta, che in Occidente è strettamente legata alla cronaca criminale, ha invece, nelle zone di origine, un forte radicamento popolare: la coca.
L´´Erithroxylon coca (albero?), spontaneo nel bacino Amazzonico, viene coltivato ad altezza di cespuglio per favorire la raccolta delle foglie. Ai piccoli contadini delle Yungas sottostanti agli altopiani viene tradizionalmente permessa la messa in coltura di una parcella inferiore all´ettaro che spicca tra i banani, gli avocado e le papaya, per il mercato locale delle foglie uso infusione o masticatorio. Queste foglie, a dosi tradizionali, attenuano il senso di fame e di fatica e sono universalmente considerate una sostanza benefica dagli abitanti delle terre alte Andine. La polizia che dovrebbe impedire il commercio interno del prodotto si lascia volentieri corrompere per in sacchetto di prodotti ortofrutticoli e capita di osservare, negli sperduti posti di polizia sulle cordigliere battute da gelidi venti, i militari ritemprarsi sorseggiando un caldo "mate de coca".
Gli inglesi, che pure hanno diffuso l´uso del tè in mezzo mondo, sono, assieme ai tedeschi, i più forti consumatori di infusi alternativi come le bacche di Rosa canina, i fiori di tiglio, le foglie di rovo (Rubus fruticosus), i frutti minori essiccati (sambuco, lampone, mirtillo, mela, arancio ecc.). Anche i viaggiatori ed i coloni europei che, nei secoli scorsi, si spinsero in ogni angolo del mondo, utilizzarono dei surrogati, trovati in loco, per sostituire il tè come il teatree australiano (Melaleuca alternifolia, ora di interesse prevalentemente medicinale), il rooibos sudafricano (detto anche tè rosso, ricavato dagli aghi fermentati di Asphalatus linearis), il mountain tea statuinitense (Gaulteria procumbescens) ed altri ancora.
L´infuso per eccelleza, quello che in italiano ne è diventato sinonimo, il tè, deve infine registrare tutta una serie di "varianti locali" profondamente radicate in alcune importanti colture. In tutta l´Africa sahariana le foglie di menta (generalmente M. viridis), vengono aggiunte circa in parte uguale alle foglie del tè e bollite con abbondante zucchero e poca acqua fino ad ottenere una bevanda molto forte. Le colture di menta anche nelle più sperdute oasi e il rituale delle "tre tazzine" fanno pensare ai turisti a chissà quale antica tradizione; furono invece i colonialisti francesi dell´inizio del ´900 che, regalando la bevanda ai capo clan, soppiantarono presso questi l´uso del caffè e crearono le premesse per l´attuale uso generalizzato. Per inciso, prima del tè, i saharoui bevevano erbe selvatiche simili alla camomilla. In Transhimalaya le popolazioni tibetane bevono poi il tè con sale e burro di yak, ottenendo qualcosa dal sapore simile al brodo che, a volte, con l´aggiunta di farina d´orzo tostata, diventa un vero e proprio pasto. In tutto il subcontinente indiano infine il tè viene portato all´ebolizione con acqua e zucchero, addizionato di latte e riportato a bollore... non esattamente la regola aurea inglese per la preparazione di un buon tè, malgrado quasi due secoli di British Raj.
Antonio Zambrini