









|

|

Sono di seguito riportate alcune delle piante più importanti della nostra zona viste attraverso gli occhi di un esperto erborista: Antonio Zambrini.
DROGHE MINORI
DROGHE MINORI (1° parte) Dalla notte dei tempi, alle latitudini più svariate, nelle condizioni economiche più distanti le une dalle altre, le genti hanno fatto uso di sostanze più o meno inebrianti, o comunque piacevoli da utilizzare, non legate al bisogno od al senso del gusto. Spesso queste sostanze, capaci di alterare la psiche, sono state promosse, dai sacerdoti a “sacre” e una traccia di questo la troviamo nella nostra civilizzazione con il vino nell’Eucarestia. Abbiamo già visto varie piante usate come droga; esiste però una serie lunghissima di vegetali usati solo localmente o che comunque non hanno alimentato il mercato dell’Occidente. La noce di betel (Areca catecù) è uno di questi esempi anche se la diffusione, in un’area che comprende buona parte dell’Asia meridionale e del Pacifico, non può far parlare di “uso locale”. Un’alta, sottilissima, elegante palma produce dei semi della dimensione di un piccolo uovo che, masticati con sostanze alcaline, come il calcare, provocano senso di leggerezza, intensificazione della visione dei colori, alterazione dei movimenti ecc. Più spesso la noce polverizzata, in piccole dosi, viene avvolta in foglie di Piper betel e masticata come un chewing-gum, senza ricercare effetti particolari. E’ il “pan” del subcontinente indiano, usato in tutti gli strati della società. I grandi mercati delle noci, come quello di Bophal, sono spettacolari e degli artistici taglia-noci di bronzo sono dei caratteristici pezzi dell’artigianato indiano come caratteristici, ma meno pittoreschi, sono le macchie rosse che gli sputi dei masticatori disseminano per l’India. L’isola di Penang, in malesia, prende il nome proprio da questa pianta. Una pianta psicoattiva, una “droga” a tutti gli effetti, che ha mantenuto un uso legale, sia pure di nicchia, per usi religiosi, è il peyote (Lophophora williamsii), il cui uso viene permesso, dalla legge statunitense, agli officianti dei rituali (non ai comuni fedeli) delle chiese dei pellerossa del Sud-ovest degli USA. Diffuso dal Texas al Messico centrale, viene sostituito con altri cacti che contengono dosi variabili di mescalina in varie aree del Messico dove non si trova il peyote (Pelecyphora aselliformis, Ariocarpus sp., Coryphanta sp., Macromeris sp., Dolichothele sp. ecc.). Nelle Ande settentrionali, il cactus di S.Pedro (Trichocereus pachanoi ed altre specie, piante a tenore modesto di mescalina ma di grandi dimensioni) vengono usati dai curanderos locali, con una pratica che risale alla preistoria, per ricavarne una bevanda allucinogena che dovrebbe servire al guaritore per entrare in piena sintonia col malato e così riuscire a debellare il male. Il “mezcal”, liquore distillato da varie specie di agavi, a dispetto del nome, non contiene mescalina. In Polinesia, vari rituali religiosi vengono preceduti dall’assunzione collettiva del kawa-kawa. Viene fatta fermentare la parte superiore del rizoma (oppure vengono masticate le radici) del Piper menthyisticum; si ha dapprima un effetto inebriante seguito da quello narcotico. L’uso voluttuario della pianta non è uscito dall’ambito culturale originario ma gli effetti curativi dell’erba sulle uretriti l’hanno fatta conoscere un po’ ovunque. Il consumo dei derivati di kawa è però aumentato esponenzialmente quando ne sono state scoperte le proprietà antidepressive ma il danno che può creare, associato ad alcolici od a farmaci che “affaticano” il fegato, hanno spinto le autorità sanitarie europee, particolarmente severe nel valutare la tollerabilità delle erbe, a sospenderne l’uso nel nostro continente. Anche la ben nota noce moscata (Mirystica fragrans), a dosi superiori ai 5-10 grammi, è euforizzante (e decisamente tossica). Se ne accorsero gli schiavi che trasportavano il prezioso carico da Banda e dalle altre “isole delle spezie” verso l’Europa quando scoprirono di avere a bordo il necessario per rallegrare le dure giornate di navigazione pur rischiando le tremende punizioni inflitte dai proprietari a cui veniva sottratto parte del carico. Del cat (Catha edulis) abbiamo parlato nel numero di aprile 2003, da notare anche un curioso effetto economico dell’aumento dell’uso di questo stupefacente che, per la redditività che procura ai coltivatori, dopo aver quasi scacciato il caffè dalle montagne dello Yemen sta facendo altrettanto sui monti di Harrar (Etiopia). Anche la famiglia delle labiate ha la sua droga, la cosiddetta “menta messicana” (Salvia divinorum). Nella regione di Oaxaca, le foglie di questa pianta, pestate con acqua, eventulamente con l´aggiunta di Solanum nigrum e di funghi psicoattivi, vengono fatte bere ad una persona che abbia smarrito un capo di bestiame od un importante oggetto; dall´interrogatorio, operato da uno sciamano, del proprietario in trance, si ricaverebbero gli elementi per ritrovare quanto perduto. Quasi tutte le culture precolombiane, comunque, facevano uso rituale di droghe; la famiglia di uso più generalizzato, dai confini canadesi al Cile, fu senz´altro quella delle solanacee. Stramonio, Solanum nigrum, Datura ceratocaula, D.inoxia e varie specie di Burgmansia venivano usate per i riti di iniziazione dei giovani ed altre occasioni di profezia e stregoneria. L´affine Petunia violacea era invece usata per simulare l´ebbrezza del volo. Nelle parlate latino-americane attuali molte di queste piante vengono, non a caso, chaimate "tornaloco"( = che rende pazzo), "borrachero" (=che rende ubriaco) e così via poichè, effettivamente, provocano delirio. Spesso gli effetti delle solanacee sono tutt’altro che piacevoli ed in alcune culture andine la somministrazione di queste erbe costituiva la punizione per i bambini ribelli. In Asia, specie in India, la Datura metel è conosciuta ma non riveste la stessa importanza riscontrata nelle Americhe. Lo stramonio (Datura stramonium) si ritrova, con una certa frequenza, anche in Europa, Imola compresa, negli ambienti ruderali e qualche ingenuo nostrano, privo di retroterra culturale, non ha resistito alla tentazione di sperimentarlo, con esiti variabili, dal sonno profondo alla morte. La Mandragora officinarum, contenente analoghi principi attivi, è decisamente rara e deve la sua fama all´omonima opera letteraria piuttosto che ad un uso effettivo. In Africa, tra Gabon e Congo, l´iboga (Tabernanthe iboga, Apocynaceae) veniva usata come afrodisiaco e come stimolante per poter resistere a lunghissime giornate di caccia, adesso, a dosi più forti, è una droga di iniziazione per le società tradizionaliste che si oppongono alla penetrazione del cristianesimo e dell´islam nella regione. La ricerca si sta interessando di queste radici come fonte di sostanze capaci di arrestare la riproduzione del virus dell´Aids. Qualcuno ipotizza che tra i primi vegetali allucinogeni ad essere usati ci fossero dei funghi ed effettivamente delle interpretazioni ragionevoli di certi ritrovamenti archeologici dell´area centroamericana sembrano confermare quest´antico uso. Conocybe e Panaeolus sono i generi usati come allora per rituali religiosi mentre Lycoperdon mixtecorum and L. marginatum sono connessi, nella stessa area culturale, a pratiche di magia. Stropharia sp.e Psillocybe sp. sono diffuse anche in altre aree geografiche; questi ultimi sono i "magic mushrooms" apprezzati dall´ondata di viaggiatori hyppie degli anni ´70, una volta giunti alle destinazioni dell´Asia Meridionale. Passando a climi decisamente meno "rilassanti", dei funghi sono poi stati utilizzati dagli sciamani dell´estremo oriente siberiano, fino alla metà del Novecento. Si tratta dell´ Amanita muscaria, ben nota specie velenosa, presente anche nei nostri boschi. A dosi crescenti l´effetto allucinogeno lascia il posto ad una sorta di furia incontenibile; nelle aree siberiane dove l´Amanita era introvabile o rarissima (ed un singolo fungo poteva essere scambiato per una renna!) si scoprì che parte dei principi attivi del fungo passavano nell´urina e questa veniva bevuta, più volte, per sfruttarne fino in fondo le proprietà. A conferma di quanto si diceva all´inizio sull´universalità della debolezza dell´uso di sostanze stupefacenti. (fine) Antonio Zambrini
|
|