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Sono di seguito riportate alcune delle piante più importanti della nostra zona viste attraverso gli occhi di un esperto erborista: Antonio Zambrini.
CACTUS
Per molti di noi, prima che il miglioramento delle condizioni economiche generali favorisse la passione per i viaggi e per il giardinaggio, i cactus erano soltanto un frequente accessorio dei fumetti western, con tanto di eroe che si salvava dalla sicura morte per disidratazione, in qualche angolo di deserto, tra Arizona, Texas e Messico, bevendo l’acqua contenuta nel fusto di queste piante. La capacità di immagazzinare una notevole quantità di acqua, soprattutto nel fusto, durante la breve stagione delle piogge, è effettivamente una delle caratteristiche delle piante succulente (o “grasse”) di cui i cactus sono i rappresentanti più significativi nel Nuovo Mondo ma in pochi casi questi possono effettivamente diventare delle riserve di acqua da cui attingere con facilità. Abbiamo già visto (U.A. dicembre 1995) i fichi d’India per cui escluderemo, dalla nota presente, le opunzie, cactacee ampiamente introdotte anche in Europa e molto note, per concentrarci sugli altri generi, caratterizzati dalle spine, sempre portate in “areole” ben definite ma mai a forma di arpione. Si tratta dei “cereus” del linguaggio corrente, delle “Cereeae” o “Cactae”, delle classificazioni sistematiche, i “cactus” a cui va il pensiero in assenza di altre specificazioni. L’areale originario delle cactacee è probabilmente da ricercare nell’attuale America Centrale; da qui è partita un’ampia diffusione dal Canada alla Patagonia con una enorme concentrazione di specie e varietà nel Messico centro-settentrionale, a conferma dello stereotipo dei fumetti di cui si parlava all’inizio. Con la scoperta dell’America, prima le rappresentazioni delle cactacee poi le piante stesse sono affluite in Europa ed è iniziato il battesimo delle specie che si andavano scoprendo con una eccessiva proliferazione di denominazioni (magari favorita dalla variabilità delle forme riprodotte da seme, in Europa), tendenza in seguito rettificata alle solo (!!) 2000 specie attualmente riconosciute. I due terzi di queste sono “Cereeae”, forse la più grande concentrazione conosciuta di piante poco utilizzabili dall’uomo. L’uso come legname (scadente) dei fusti dei grandi cactus morti di vecchiaia e qualche frutto edibile (Mirtyllocactus geometrizans, Hylocereus undatus, Carnegiea gigantea, Echinocereus sp.) hanno un uso strettamente locale e l’unico cactus veramente ricercato è il peyote (Lophophora williamsii). Questo piccolo cactus, contenente mescalina, è stato utilizzato dalle popolazioni amerinde, fin dalla preistoria, in rituali magico-religiosi poiché provoca notevoli alterazioni della coscienza. Gli scritti di Carlos Castaneda, dopo il ’68, hanno dato notorietà internazionale a questa pianta ma le polizie americane impediscono il commercio dell’unico cactus richiesto dal mercato, tollerandone solo l’uso da parte degli indigeni. Lo scarso utilizzo da parte dell’uomo non cancella l’importanza ecologica dei cactus … si pensi solo agli uccellini che scavano il nido nei fusti dei grandi esemplari colonnari. Dire che il peyote è il solo cactus ricercato è poi una forzatura in quanto l’aspetto estetico di queste piante ne ha favorito la l’impianto nei giardini delle aree calde e nelle serre di quelle fredde di tutto il mondo e la vera e propria predazione, a questo scopo, dei cactus spontanei dei paesi poveri privi di un adeguato sistema di protezione della natura, è una minaccia per la sopravvivenza di varie specie. Non bisogna però pensare al collezionismo solo come fenomeno distruttivo poiché la ricerca di nuove forme e di nuovi fiori, spesso molto belli e profumati, ha portato alla creazioni nuovi ibridi e alla salvaguardia di specie comunque minacciate in natura ed alcuni giardini, accanto a famose aree protette come il Saguaro National Monument o l’Organ Pipe Cactus National Monument dell’Arizona, sono una meta da non perdere per gli appassionati del genere. Un bellissimo giardino, ricco di colossali cactacee colonnari (Cereus sp., Cephalocereus polylophus, ecc.) è il “Jardin Exotique” di Montecarlo ma altre bellissime collezioni sono a Saint-Jean di Cap Ferrat (Costa Azzurra), a Blanes (Barcellona), a Los Angeles e anche nella fredda Zurigo. La nostra regione, con la collezione del prof. Lodi all’Università di Bologna, è stata uno dei centri di diffusione della conoscenza delle cactacee nel nostro paese e, incredibile ma vero, alcuni cactus sopravvivono, in Romagna, anche all’aperto, a dispetto del clima, come il grande “cereus” che fa bella mostra di sé a poca distanza della piazza centrale di Dovadola. Antonio Zambrini
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